giovedì 19 ottobre 2017

IT

Dopo aver letto (ed adorato) IT, purtroppo non durante l'adolescenza, ed aver - almeno in parte - apprezzato il primo film che ne è stato tratto, stasera sono andato al cinema per vedere il nuovo adattamento.

Non sono un critico cinematografico, non farò discorsi tecnici, ma mi limiterò a dire la mia, da fan...

SPOILER INSIDE!




Premessa: quando vedo un film tratto da un libro o da un fumetto che conosco, lo valuto in due modi. In primis, la validità come adattamento: non guardo in particolare la fedeltà nella scelta dei dettagli o nella somiglianza di trama o attori, quanto nello spirito con cui è stato realizzato, in rapporto con la versione originale. Poi, ovviamente, mi interesso alla riuscita del film in sé.

Partendo da questo punto, IT è un film che funziona: trama solida, attori adatti alle parti (a parte Beverly, troppo bella e ammiccante per essere una tredicenne realistica!), fotografia da paura. Doppiaggio italiano, da quel che posso capirne, pessimo.
Se devo trovare una critica, posso dire che il cattivo è poco credibile: IT sceglie di essere un clown per accattivarsi i bambini, ma questa versione è inquietante e spaventosa di suo, anche quando non deve esserlo.

Per quello che riguarda l'adattamento, invece, devo fare una premessa.

Di cosa parla IT?

Derry, una cittadina immaginaria del Maine, nella quale Stephen King ambienta diversi suoi romanzi, è in realtà l'enorme pascolo di un terribile mostro, IT, che si risveglia ogni ventisette anni, fa strage di adulti e, soprattutto, di bambini, poi torna in letargo.
Nessuno gli si oppone, tranne un gruppo di sette adolescenti, "i perdenti", capitanati da Bill che, parole sue, preferisce combattere il mostro che affrontare l'orrore che è diventata casa sua dopo la morte del fratellino Georgie, ucciso proprio dal clown ad inizio film...

Ma IT parla anche della paura che cova dentro di noi, soprattutto nell'infanzia, delle forme che prende e di quanto può essere arduo affrontarla.

Andando oltre, IT parla di quanto sia difficile ascoltare i bambini, rispettare i loro tempi ed i loro spazi. Affrontare il mostro del romanzo, è un lavoro da adulti: sono gli adulti a dover combattere contro le brutture della vita, salvaguardando i figli. Ma non è così: i grandi sono succubi del mostro, non sanno che esiste, se non nel loro subconscio, ma ne sono schiavi, lasciandolo addirittura libero di cibarsi dei loro figli, i quali non vengono minimamente ascoltati. Anzi: come tutti i genitori, anche quelli del film sono incapaci di trattare i bambini per quello che sono, puntando a farli "diventare adulti", obbligandoli a sentire e pensare come i grandi.
Non sentono la loro paura o difficoltà: sono cresciuti, e pensano di ricordare come ci si sentiva in adolescenza, ma in realtà non hanno che ricordi confusi di quelli che erano i problemi, del dolore che si provava nell'esser soli contro il mondo.

Si potrebbe quasi dire che la paura dei genitori è quella di doversi rapportare ai propri figli.

E i protagonisti del romanzo, trovano nel simbolismo l'arma per battere IT: il bambino ipocondriaco usa il placebo impostogli la madre per l'asma, come fosse acido contro il mostro. E funziona! Come ha effetto l'argento, tipica arma letteraria utilizzata contro i licantropi, per abbattere IT,  come tutte le altre paure dei protagonisti che, ribaltate, diventano armi e punti di forza.
Come nella vita.

Ma questo, nel film non c'è. La storia è intrisa solo un forte simbolismo legato all'altra arma usata, l'unità: i protagonisti possono colpire IT con successo solo quando sono insieme, e le difficoltà dell'uno vengono supportate dalla forza dell'altro. Un po' come una versione positiva del funzionamento del "branco".

Il venir meno di questo simbolismo, più che l'assenza della scena di sesso con gli altri Losers da parte di Beverly, francamente inapplicabile in un film del genere, allontanano molto il film dal romanzo originale, che per questo rimane forse un capolavoro non facilmente adattabile da TV o cinema.
Quello si che dovremmo godercelo tutti.

Magari a quindici anni.

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